Con la Brexit ci perde “solo” la Regina

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Il 29 marzo il premier britannico, Theresa May, aprirà formalmente il processo che porterà la Gran Bretagna fuori dall’Unione. Sarà invocato, per la prima volta da quando esiste la Ue, l’articolo 50 del Trattato di Lisbona, la norma che mette in moto la secessione di uno Stato membro dall’Unione. Saranno poi necessari due anni di trattative per completare il percorso.

 

Cosa succederà nessuno lo sa con certezza, ma quello che sembra altamente probabile è che a piangere, più che l’Europa, sarà Londra. Almeno a guardare i numeri di uno studio realizzato per il Parlamento europeo dal Ceps, il think tank di Bruxelles dell’economista Daniel Gros, secondo cui a pagare il prezzo più alto sarà proprio Albione: anzi, mentre “per i 27 le perdite sono per lo più irrisorie e difficili da aggregare, per il Regno Unito sono davvero importanti, dieci volte maggiori in percentuale sul Pil”. In particolare, quasi l’1% del Pil britannico all’anno sarà bruciato nella Brexit, contro la perdita di mezzo punto percentuale in dieci anni per l’Unione.

 

Perché? Innanzitutto perché se è vero che l’export europeo nel Regno Unito vale 306 miliardi, questa cifra corrisponde al 2,5% del Pil, mentre i 184 miliardi che esporta Londra verso l’Ue sono pari al 7,5% della sua ricchezza complessiva: ovviamente il contraccolpo è estremamente più forte per gli isolani della Regina, senza considerare che i servizi (per lo più quelli finanziari somministrati nella City) valgono ulteriori 122 miliardi e rischiano di essere penalizzati non poco dalla fuga del Paese fuori dall’Unione.

 

Quanto alle persone, dei cittadini dell’Ue che vivono in Regno Unito a fine 2016, circa 2 milioni su 3,35 sono lavoratori; al contrario, degli 1,2 milioni di britannici che vivono in uno dei 27 Paesi dell’Unione, un terzo sono pensionati e il resto lavoratori con rispettive famiglie e studenti. Anche in questo caso, in quanto a produzione di ricchezza, è evidente chi ha da perdere da una restrizione delle norme di libera circolazione.

 

Ora, per dare una misura più precisa del danno complessivo, resta da capire come l’uscita si concretizzerà: Londra potrà accedere al mercato unico come membro esterno, come la Norvegia? O non avrà canali commerciali privilegiati e si vedrà applicare le regole del Wto? In entrambi gli scenari per la Ue si tratterebbe di una situazione win-win: nel primo caso perché potrebbe chiedere a Uk di continuare a versare la sua quota di 9 miliardi l’anno di tasse, nel secondo perché la recupererebbe dai dazi, che sono pari al 5% sul valore delle merci importate.

 

Non solo. Il tipo di uscita, soft o hard, sarà determinante anche per il costo che comporterà: per l’Ue varia, sempre su un arco temporale di dieci anni, tra lo 0,11% e lo 0,52% del Pil. Per il Regno Unito, invece, è tra l’1,31 e il 4,21%. Ma se dalla City dovessero fuggire le multinazionali le perdite arriverebbero al 7,5%. E questa ipotesi non è peregrina visto che fuori dall’Ue il Paese perderebbe il vantaggio della libera circolazione di merci e persone, che ha già ha provocato, dopo il Referendum, spostamenti di headquarter da parte di alcuni colossi della finanza.

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