Al giro di boa 2017 l’Asia è campione tra i fondi

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A dicembre 2016, con il rialzo dei tassi d’interesse, la Fed ha seminato il panico tra chi aveva investito nei mercati emergenti. Storicamente, infatti, le piazze in via di sviluppo hanno sempre reagito male alle “strette” della banca centrale americana. E per il nuovo anno, gli analisti stimavano, sulle parole della stessa Federal Reserve, almeno altre tre rialzi dei tassi. Insomma, sembravano esserci tutti gli ingredienti per assistere a un ripiegamento degli emergenti. Questa volta, però, la storia non si è ripetuta. E nonostante gli ulteriori due rialzi dei tassi nel 2017 (a marzo e a giugno), le piazze in via di sviluppo hanno continuato a correre. In particolare l’Asia, che al giro di boa 2017 ha dato soddisfazioni agli investitori.

 

Alcuni gestori lo avevano previsto. È il caso di Andrew Keirle, fund manager del T. Rowe Price Emerging Local Markets Bond di T. Rowe Price, che all’indomani del rialzo dei tassi da parte della Fed a marzo aveva mostrato ottimismo sul futuro degli emergenti: “La Fed ha delineato in modo chiaro i propri piani di inasprimento della politica monetaria. Così, i mercati emergenti hanno avuto il tempo di prepararsi e, anticipando le mosse della stessa Federal Reserve, hanno intensificato le emissioni di debito, sia governativo sia corporate, nei primi mesi dell’anno, in modo da trarre beneficio da livelli di finanziamento ancora attraenti. Ciò ha fornito protezione contro l’aumento dei tassi”. Inoltre, negli ultimi anni le condizioni economiche delle piazze in via di sviluppo sono migliorate e molti Paesi hanno implementato aggiustamenti e riforme strutturali difficoltosi, ponendosi in condizioni migliori per far fronte al lento e stabile ciclo di rialzo dei tassi pianificato dalla banca centrale americana.

 

Insomma, c’è stato un ritrovato interesse per i fondamentali dei mercati emergenti che è più che giustificato secondo Krishan Selva, client portfolio manager di Columbia Threadneedle Investments: “Quando Donald Trump ha assunto l’incarico di Presidente degli Stati Uniti il 20 gennaio 2017, i media presagivano guerre commerciali con i principali Paesi emergenti. Dopo i primi 100 giorni del suo mandato, il 29 aprile 2017, i toni però si sono addolciti diventando più pragmatici e il sentiment nei confronti dei titoli dei mercati emergenti è migliorato. Evidentemente, il team di Trump ha preso atto del fatto che un protezionismo estremo avrebbe potuto avere conseguenze complesse e imprevedibili. Ciò ha consentito agli investitori di tornare a focalizzarsi sulle attrattive dei mercati emergenti, che negli anni a venire sono destinati a crescere più rapidamente rispetto alle economie sviluppate. Per esempio, la popolazione giovane e in espansione avvantaggia paesi come l’Indonesia, mentre i programmi di riforma strutturale sprigionano il potenziale di crescita di nazioni come l’India. Nel complesso, il miglioramento degli squilibri dei saldi con l’estero suggerisce una traiettoria di crescita più sostenibile e meno esposta ai flussi globali. Inoltre, la politica monetaria accomodante sostiene molte di queste economie. Con condizioni tanto favorevoli, molte società prosperano. Vi sono eccezioni e senz’altro rischi, ma differenziare è il compito dei gestori attivi”.

 

A brillare è soprattutto la Cina che non ha risentito del taglio del rating sul Paese da parte di Moody’s a fine maggio. “D’altronde, la stessa agenzia di rating ha evidenziato che la crescita del Pil cinese probabilmente resterà solida rispetto a quella di altri stati sovrani – fa notare Leo Hu, portfolio manager Emd hard currency di NN Investment Partners – L’outlook stabile, inoltre, riflette la view di Moody’s secondo cui i rischi sono bilanciati e un ulteriore downgrade è improbabile nel breve termine”. Da qui, l’impatto limitato e contenuto sui mercati. “Oltre ai punti di forza dell’economia cinese riconosciuti dall’agenzia di rating – aggiunge ancora Hu – va poi ricordato che il debito estero del Paese, pari a circa il 12% del Pil secondo il Fondo Monetario Internazionale, è ancora piuttosto basso rispetto agli standard internazionali”.

 

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