10 anni dalla riforma delle pensioni. È tempo di bilanci

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A dieci anni dalla riforma delle pensioni, che ha introdotto la previdenza integrativa, è il momento di fare un bilancio. Secondo il Pensions Outlook 2016 dell’Ocse, le attività dei fondi integrati­vi sono pari in Italia all’8,7% del Pil (dal 2,6% del 2000). Il nostro Paese è in fondo alla classifica europea, dove peraltro solo sette Paesi hanno una quota di previdenza privata superiore al 100% del Pil. Di converso, la spe­sa pensionistica pubblica italiana ha pesato sul Pil il doppio rispetto alla media Ocse (16% contro l’8,4%) dal 2010 al 2015. Il forte sviluppo del primo pilastro, delle pensioni pubbliche, è stato finora un freno per la previdenza privata.

 

“Ma attenzione, perché i numeri non raccontano quello che di eccellen­te c’è in Italia – dice a Focus Risparmio Sonia Maffei, direttore del settore previdenza e im­mobiliare di Assogestioni – Lo dimostra il fatto che i nostri prodotti di previdenza complementare sono compliant con la maggior parte delle norme contenute nella nuova direttiva europea sui prodotti di previdenza complementare, la Iorp II. Il nostro legislatore, nel recepire la direttiva del 2003, ha previsto norme più strin­genti e regole in materia di governance e trasparenza informativa più pregnanti rispetto a quelle richieste dall’Europa. Se questo ha imposto, da un lato, un appesantimento degli obblighi in capo ai fondi pensione e alle società che istituiscono e gestiscono forme di previdenza complementa­re, dall’altro lato ci pone oggi in una posizione di vantaggio, in quanto ci troviamo già ampiamente allineati alle regole previste dalla diretti­va Iorp II, entrata in vigore il 12 gennaio scorso. Inoltre – sottolinea – l’Italia è l’unico Paese in cui sono prevalenti i prodotti a contribuzione definita, i cosiddetti defined contribution; un modello che in Europa, dove preval­gono prodotti a prestazione definita, si sta diffondendo solo di recente”.

 

Quello che invece manca “è una cultura previdenziale che dovrebbe essere promossa in maniera più decisa soprattutto nei confronti delle giovani generazioni che, a differenza delle precedenti, non po­tranno contare sulla sola previdenza di base per il raggiungimen­to di una prestazione pensionistica adeguata”, conclude Maffei.

 

A farle eco c’è il Professor Alberto Brambilla, presidente del Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali, che evidenzia come “alla base del mancato sviluppo della previdenza complementare rispetto alle ottimistiche attese si riscontra il problema della mancata diffusione di un’adeguata cultura previdenziale e finanziaria, nonché di strumenti e mezzi necessari a promuoverla”.

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